L’espressione anglosassone cybersquatting, od anche domain grabbing (da to grab=ghermire) e domain squatting, indica il fenomeno di registrazione di nomi a dominio corrispondenti a marchi altrui o a nomi di personaggi famosi al fine di realizzare un lucro sul trasferimento del dominio a chi ne abbia interesse.
Tale pratica, diffusissima in America sul finire degli anni novanta, ha avuto un notevole sviluppo anche in Italia, specialmente in seguito all’entrata in vigore nel 1999 della regola che consente ai titolari di partita IVA la registrazione di un numero illimitato di domini.
Gli Stati Uniti d’America sono stati il primo paese al mondo ad occuparsi della lotta al fenomeno con una legislazione ad hoc. Si tratta dell’Anticybersquatting Consumer Protection Act, entrato in vigore il 29 novembre 1999.
In Italia, in assenza di una disciplina legislativa ad hoc, la giurisprudenza prevalente ha fatto ricorso alla normativa relativa al diritto al nome (art. 7 del codice civile: la persona alla quale si contesti l’uso del proprio nome o che possa risentire del pregiudizio dall’uso che altri indebitamente ne faccia può chiedere la cessazione del fatto lesivo, salvo il risarcimento dei danni) ed alla normativa dei marchi e dei segni distintivi (artt. 2569-2574 del codice civile; d.P.R. 8 maggio 1948 n.795; d.l.480/1992; d.P.R. 595/1993; d.l 189/1996). In base a tale orientamento il titolare di un marchio registrato ha il diritto di servirsene in modo esclusivo, e quindi anche di registrarlo come dominio. Nel caso in cui altri utilizzino il marchio registrandolo come dominio, il titolare potrà agire in giudizio anche con procedura d’urgenza, a nulla rilevando che il TLD non sia un .it, potendo ricorrere anche contro le indebite utilizzazioni di un TLD generico come il .com ovvero di altri paesi.
È utile sottolineare che il marchio può anche non essere registrato all’ufficio marchi e brevetti, l’importante è che abbia la giusta notorietà per consentire al titolare di poter vantare un diritto sul dominio già registrato. In simili occasioni si parla di “marchio di fatto”.
Questo breve articolo è dedicato ai lettori che volessero intraprendere un progetto per la realizzazione di un sito internet. Tralasciamo volutamente di parlare di blog gratuiti, tipo wordpress.com o blogger.com.
Il primo punto da cui partire è quindi la registrazione di un dominio, tipo .it oppure .com, ce ne sono altri ma per il target italiano vi consigliamo questi due, perchè l’utente medio tende a confondere o dimenticare estensioni tipo .org .net .info o altre ancora meno importanti.
Allora il primo passo è scegliere un “web hosting provider” che fungerà da .it o .com “name registrar”, ovvero l’azienda che registrerà a vostro nome il nome a dominio presso il registro centrale (NIC) che non ammette richieste da privati.
Tra i tanti provider italiani vi segnaliamo Tophost, Register, Aruba e il nostro preferito, ma più caro, Seeweb.
I primi sono molto economici, permettoni cioè di partite con progetti web abbastanza contenuti che prevedano pochi utenti. Una volta che il progetto prende forma con l’attivazione di database Mysql e pagine dinamiche sarà necessario upgradare, aspetto che analizzeremo in un prossimo articolo!
Tra questi quello che fa discutere, da anni, sui forum è Tophost per la politica aggressiva di prezzi molto contenuti.
La nostra opinione, che però non possiamo, provare è che Tophost e Seeweb siano la stessa azienda, con la prima dedicata ai “new entry level” cioè quei clienti che aprono per la prima volta un sito web, mentre Seeweb accompagna su internet le aziende già formate.
L’Huffington Post, con quasi 25 milioni di visitatori al mese, il sito della commentatrice americana è diventato punto di riferimento per la politica e il costume negli Usa ed è statotra i grandi promotori della campagna di Barack Obama.
Il consiglio di amministrazione di entrambe le società e gli azionisti dell’Huffington Post hanno già dato il via libera all’operazione, che dovrebbe concludersi a cavallo tra il primo e il secondo trimestre dell’anno. Arianna Huffington, la giornalista e blogger, diventa responsabile di tutti i contenuti delle due aziende.
Un’ottima performance per un blog fondato nel 2005, con un’investimento iniziale pari a 1 milione di dollari.
MoltoMedia è il laboratorio creato da Mediaset per la ricerca e la promozione di idee web, meglio se cross-mediali, originali sviluppate o ideate in Italia. Si svolge annualmente sotto forma di concorso a cui gli sviluppatori partecipano inviando un semplice messaggio di posta elettronica per presentare se stessi e il proprio progetto.
Lo staff di MoltoMedia è composto da giovani e motivati dipendenti sotto la supervisione di Yves Confalonieri e Marco Giordani
L’idea è carina e anche il sottoscritto vi ha partecipato con WXS nel 2009 con scarso successo! Tuttavia la competizione appare un po’ improvvisata e lo sviluppo delle idee presentate e vincitrici risulta qualche volta abbandonato senza motivo (esempio Meemi che si prestava ad essere la vera community Mediaset).
Ad ogni modo come ho detto l’idea mi piace ed è forse l’unica in Italia presentata da una grande azienda come Mediaset che ha margini di crescita in internet pressochè illimitati ed è per questo che vi presento, con il mio commento, i vincitori dell’edizione 2010 che sono appena stati pubblicati.
uChef www.uchef.it
Vincitore come migliore start-up.
E’ un clone di YouTube dedicato alla gastronomia. Voto dieci per il dominio, corto e facilmente memorizzabile, buona la grafica e l’estetica del sito e funzionale l’interfaccia utente.
Eccellente la possibilità per i ristoranti di promuovere la propria tavola (espediente questo che potrebbe portare incassi da sponsorizzazioni mirate, insomma valore aggiunto per gli utenti e l’editore del sito!).
Myworld.com
Vincitore come migliore idea.
Il sito non risulta attivo o forse non è proprietà di chi ha proposto l’idea (in questo caso il giudizio sarebbe molto negativo, ma attendo la presentazione ufficiale del progetto)
Inizialmente, a metà anni ’90, i pirati informatici si passavano i file tramite canali IRC, ma era cosa per pochi adepti, poi nei primi anni 2000 è venuto il momento del P2P (peer to peer) e con Napster apripista, la condivisione ha avuto un crescente numero di utenti.
Ora la “nuova pirateria” viaggia sui siti che permettono di caricare file di grandi dimensioni, scaricabili da amici, il cosidetto direct download o dowlonad diretto, tramite un indirizzo univoco.
In qualche caso c’è chi rivende gli accessi premium a pagamento per un download più veloce e guadagna qualcosa, sempre illegalmente, come referente del sito che può chiamarsi con nomi alquanto esotici, tipo Rapidshare, Hotfile, Megaupload.
Se ne è accorto il governo francese che lo scorso anno ha presentato una legge contro la pirateria e contro i programmi P2P, per poi rendersi conto che quella tecnologia era già superata dalla nuova moda “direct download”.
Quale la soluzione contro questo metodo di condivisione che, in parte, potrebbe riguardare file legali? Difficile a dirsi vista l’impossibilità di verificare file singolarmente, di bloccare il server o di censurare il dominio.
Intanto scuola e genitori dovrebbero educare i figli, i cosidetti “nativi digitali” (che in un prossimo articolo chiamerò “rincoglioniti digitali”), a non scaricare file pirati, invece soprattutto i genitori sono spesso complici o fingono di non vedere la quantità di musica e film che viene condivisa.
Eppoi, come scritto nei successivi articoli, le case produttrici dovrebbero sviluppare modelli di business simili a quelli di queste aziende di “upload-download”, permettendo ai singoli di proporsi in qualità di agenti, ma legalmente, dei prodotti multimediali.
Non è passata una settimana dal mio “mini” articolo sul sorpasso ad opera di Facebook su Youtube che devo riportarvi un nuovo exploit del sito fondato da Mark Zuckerberg. Facebook, nell’ultima settinama, ha infatti superato per la prima volta Google nel mercato statunitense.
nel 1999 Yahoo acquisisce Geocities per 3 miliardi di dollari
nel 2005 News Corp acquisisce MySpace per 580 milioni di dollari
nel 2006 Google acquisisce YouTube per 1.65 miliardi di dollari
Mark Zuckerberg, zitto zitto, diventa il numero 2 in pochi anni http://it.wikipedia.org/wiki/Facebook
Lo so, non è proprio bello iniziare la redazione di una e-zine con uno spot pubblicitario, per giunta di Microsoft, per di più su un blog basato interamente su software open source.
Il punto è che per la prima volta, in questo spot, che tra le altre cose ha già più di un anno, si riesce ad anticipare realisticamente quella che sarà l’interfaccia uomo-computer che utilizzeremo in futuro, senza dimenticare i comandi vocali!